Bere un caffè con la testa obliqua

Redazione Ianua

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Un caffè.

Il tempo di sorseggiare un caffè equivale al tempo impiegato dagli impulsi elettrici prodotti dai neurotrasmettitori per investire i neuroni vicini e, alla fine, dar vita ad un pensiero. Un processo biochimico così sublime non assicura un prodotto finale efficiente, il pensiero elaborato può supportare un pregiudizio incorporato. Così, è necessario il tempo di un caffè per dar vita ad un pensiero discriminante, per dar voce ad un discorso d’odio.

Se poi, il bar diviene terreno comune di frequentatori d’odio, si configura quella che Fumagalli definisce una «situazione di odio» in cui la figura – poco mitologica – del portatore d’odio diffonde un linguaggio che va a minare caratteristiche identitarie protette. Il lessico che sceglie di adottare è discriminante, degradante, deumanizzante e abrogante.
Più volte al bar, più caffè del genere e si passa dai discorsi d’odio ai crimini d’odio.

Certo, sembra quasi figurativo, ma è assodato che l’unica realtà ad essere rappresentata in maniera distorta è quella dipinta proprio dagli hater, da quelli che vanno al bar, che sono esseri umani comuni. Ce lo conferma l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ei Diritti Umani (OSCE) all’interno della guida pratica per Perseguire giudizialmente i crimini d’odio (2016).

Benché possa sembrare naturale concentrare l’attenzione sugli appartenenti a gruppi estremistici, si deve tenere in conto che i reati motivati da pregiudizio sono spesso commessi da persone comuni, che non hanno legami o connessioni con organizzazioni estremistiche anche se ne condividono i pregiudizi. Perciò l’assunto per cui tutti gli autori di reati ispirati dall’odio sarebbero estremisti può portare a trascurare o minimizzare l’elemento del pregiudizio, allorché l’autore del reato ispirato dall’odio non sembri rientrare in siffatta categoria.

Persone comuni sono capaci di grandi nefandezze, online e offline. L’odio ordinario è polarizzato non solo sul web ma anche nella quotidianità, sempre più onlife. Una polarizzazione che trova la sua forma primordiale nel conflitto intergruppi, nella dicotomia tra in-group e out-group.

Tuttavia il vero nucleo dell’odio, l’embrione dei crimini d’odio, è il pregiudizio da cui Gordon Allport è stato affascinato tanto da elaborare la Scale of Prejudice and Discrimination. Alla base della scala troviamo tutte quelle parole che incitano all’odio e che delineano la traiettoria del pregiudizio. La possibilità reale di escalation da atteggiamenti a comportamenti contraddistinti da bias motivation deriva da una normalizzazione dell’odio, per cui accade che si arrivi a commettere reati gravi a partire dall’accettazione sociale di credenze e condotte basate sul pregiudizio di minore intensità.

Non a caso, il crimine d’odio non è un reato specifico ma rappresenta un reato base con una motivazione di pregiudizio. E’ importante sottolineare che per la configurazione di un hate crime l’autore di reato non deve essere mosso da un odio personale nei confronti della vittima, ma ciò che trasforma un reato ordinario in un crimine d’odio è la selezione della vittima in base ad un pregiudizio che investe il gruppo a cui essa appartiene. Sempre l’ODIHR inquadra il crimine d’odio come un atto proibito dal codice penale e motivato da pregiudizio basato su una caratteristica della vittima (bias motivation), casi nei quali le caratteristiche protette sono fondamentali o immodificabili, come la comune identità etnica, religiosa o di altro tipo, tra le più riconosciute nelle legislazioni sui diritti umani. Inoltre, la Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, nel Documento conclusivo sull’indagine conoscitiva sulla natura, cause e sviluppo recenti del fenomeno dei discorsi d’odio (2022) ribadisce che il crimine d’odio non è una semplice manifestazione di pensiero, rafforzando il collegamento con l’hate speech.

Ne conviene che i discorsi d’odio generano nocumento, soprattutto perché le modifiche comportamentali e i cambiamenti di routine per le vittime di pregiudizio sono probabilmente più drammatiche e stravolgono la vita a causa delle caratteristiche identitarie immutabili, che le rendono bersaglio di attacchi d’odio. Il linguaggio diventa strumento di gestione di dinamiche sociali e, a volte, anche strumento di oppressione.

Infatti, una definizione nata in virtù del potenziale del lessico a norma d’odio è quella coniata da Wu Ming, un collettivo italiano degli anni 2000. Il collettivo parla di «narrazione tossica» per descrivere quelle tossine emanate da donne e uomini ordinari sul pubblico che in quel momento ascolta, recepisce e contribuisce a mantenere e solidificare una gerarchia sociale sapientemente stratificata.

Grazie alla metafora della tossicità, delle tossine, l’espressione rende l’idea di una narrazione raccontata sempre allo stesso modo, dalla stessa visuale, senza mai forzare quella visuale. Una storia raccontata male, rimuovendone sempre gli stessi elementi, a furia di sentirla raccontare ti intossica, non riesci più ad immaginare l’oggetto di quella narrazione in maniera diversa. La narrazione tossica della «immigrazione fuori controllo», dell’«invasione» – smentita da tutti i dati disponibili – non permette di immaginare in modo diverso gli esseri umani accomunati e appiattiti dalla parola «immigrati». Ripetuta sempre allo stesso modo, ossessivamente, ogni volta escludendo gli elementi che la smentirebbero, viene assunta come realtà e ti intossica, il tuo corpo non riesce più a farne a meno.

Quindi come fermare le tossine? Una maschera antigas ci proteggerebbe, temporaneamente e senza risolvere il problema alla radice. Il collettivo propone la diffusione dello sguardo obliquo, cioè una nuova lente epistemologica sulle pratiche narrative nocive che ci circondano, un imperativo a non dare mai niente per scontato e che ci renderebbe capaci di andare oltre quei discorsi marginalizzanti e discriminanti che fanno leva sull’odio. Una prospettiva inclinata della realtà permetterebbe di avere uno sguardo olistico e un’idea chiara della dimensione performativa di quelle pratiche linguistiche ostili – riflesso di pratiche collettive – e del loro impatto sulle vittime fungibili e sulla società stessa.

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