“Cattivi” si nasce o si diventa?

Redazione Ianua

-

cattivi

a cura di Mario Altieri

Quante volte vi siete posti questa domanda, tanto comune e naturale quanto profonda? In tantissimi, nel corso della storia, si sono posti il quesito su come fosse possibile che uomini fondamentalmente “normali”, comuni, siano stati e siano tutt’ora capaci di commettere atti atroci che vanno dalla violenza più “ordinaria” ai genocidi e agli stermini di massa. A questa domanda hanno provato a rispondere, ognuno a suo modo, filosofi, sociologi, criminologi, psicologi e psichiatri, ma tra questi, probabilmente, la definizione migliore l’ha fornita Hannah Arendt che – dopo aver assistito al processo di Adolf Eichmann, responsabile dell’organizzazione del traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei ai vari campi di sterminio – affiancò al termine “male” l’aggettivo banale. Proprio come l’imputato.

La banalità del male, per la prima volta, disintegra il nostro bisogno inconscio di pensare le persone crudeli come ben riconoscibili e comunque sempre diverse da noi, scioccandoci nel momento in cui ci rendiamo conto che esse, invece, sono simili a noi. La tanto rassicurante, quanto umanamente inevitabile “caccia al mostro”, così diverso e così lontano da quell’immaginario comune, ma ovattato, che comprende la definizione che la maggior parte della gente dà al “normale”, non rappresenta di certo la via maestra da seguire se si vuole comprendere appieno la realtà sociale che ci circonda ed i fenomeni sociali che la compongono.

Questo perché, i cosiddetti fattori disposizionali e cioè le caratteristiche di personalità – in special modo le caratteristiche della personalità tipiche degli psicopatici – non sempre sono una condizione necessaria affinché il “male” si concretizzi e tocchi la sfera esperienziale di persone che mai si sarebbero sognate di commettere il benché minimo atto malvagio o crudele. Bensì, il contesto sociale, gli eventi di vita, le influenze sociali, e cioè tutti i cosiddetti fattori situazionali – unitamente a strutture di personalità e predisposizioni biologiche, ovviamente – giocano un ruolo fondamentale nell’influenzare e nel favorire l’esperire di comportamenti antisociali e concorrono a plasmare la nostra mente anche dal punto di vista anatomico.

Possiamo asserire, dunque, che il concetto di “male” – nella sua fattuale concretezza – nasce tanto dall’interno dell’individuo, come naturale propensione e come peculiarità antropologica, quanto si diriga dall’esterno sull’individuo sottoforma di pressione ed influenza sociale e come frutto di processi culturali. Non ultimi, poi, fondamentali sono anche i meccanismi psicologici nella spiegazione di quei comportamenti antisociali che spesso risultano essere, di primo acchito, privi di significato e/o motivazione, o che si pensava potessero appartenere esclusivamente a personalità disturbate e, quindi, non accostabili a persone ritenute, impropriamente, “normali”.

Nello specifico, spesso si sottovaluta e non si dà il giusto rilievo al potere della situazione e all’influenza sociale e risulta molto più naturale ed immediato trovare qualcuno da incolpare per risolvere la confusione generata da un evento sconvolgente: in psicologia sociale, questo viene definito errore fondamentale di attribuzione ed indica la tendenza della maggior parte delle persone a spiegare i comportamenti in termini di personalità, concentrando l’attenzione sulla persona piuttosto che sulla situazione circostante, sottostimando la forza dell’influenza sociale. Ciò scaturisce principalmente dalla sensazione di falsa sicurezza che permette di spiegare azioni ripugnanti o bizzarre come commesse da esseri umani “difettosi” e favorisce, quindi, la rassicurante sensazione che la medesima spiacevole sensazione non possa capitare, invece, a gente “normale”.

Uno degli esempi che meglio chiarisce il ruolo dell’influenza sociale, anche per la familiarità dovuta alla frequenza con la quale veniamo direttamente o indirettamente a conoscenza di un simile evento, è la cosiddetta apatia degli astanti, fenomeno per cui persone testimoni oculari di un delitto o di una situazione di emergenza non intervengono. Al netto di cause altre – ad esempio quando si rischia la propria incolumità o, perché no, per uno spiccato deficit di empatia – paradossalmente è proprio il fatto stesso che ad un’emergenza assistano molte persone una delle cause fondamentali della mancata assistenza. Ciò avviene in quanto, in situazioni poco chiare e in cui non si ha la certezza su quale sia il miglior comportamento da adottare, si fa affidamento sul comportamento altrui che, di conseguenza, condizione la nostra interpretazione della situazione e quindi anche il nostro comportamento. Tale reazione, inoltre, può condurre ad una ignoranza pluralistica, per la quale – come spiega bene Mucchi Faina – ciascun astante sottovaluta la gravità della situazione a causa dell’apparente mancanza di coinvolgimento degli altri, pensando che non si tratti realmente di un’emergenza. Quando invece la situazione è percepita dai soggetti come grave in modo inequivocabile, può subentrare un altro meccanismo, la diffusione di responsabilità per cui il senso di responsabilità tende a calare a tal punto che ciascuna delle persone presenti sente meno necessario soccorrere chi è in difficoltà.

In conclusione, questi due esempi di meccanismi di difesa e di influenza sociale, per quanto classici e piuttosto comuni, aiutano meglio a comprendere come la situazione, unitamente alla presenza o meno di altri esseri umani e al comportamento messo in atto dagli altri, possa indurre reazioni e altrettanti comportamenti ritenuti impensabili dalla maggior parte delle persone. Senza addentrarci nella violenza più brutale ed estrema e senza scomodare la cosiddetta “triade malefica” dei meccanismi psicologici difensivi che la favoriscono – e cioè deumanizzazione, deindividuazione ed il male per inerzia – possiamo tranquillamente affermare che tutti siamo piuttosto sicuri del comportamento prosociale in situazioni di emergenza, ma la realtà sociale spesso ci dice altro.

Invia a un tuo amico tramite

Autore articolo

Redazione Ianua

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.