Il disimpegno morale nella realtà virtuale

Istituto Ianua

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disimpegno

Vite parallele

a cura di Simona Pantaleo, Assistente sociale e titolare di Studio professionale Futura

Il virtuosismo della trasformazione digitale assume un ruolo di rilievo negli esercizi teorico-sperimentali degli addetti ai lavori, atti ad evidenziare la natura mutevole delle relazioni sociali all’interno della società del XXI secolo. Si assume, in vero, come non sia possibile studiare, approcciare e progettare, da un punto di vista sociale, la realtà senza necessariamente considerarne l’alternativa digitale. In essa è, dunque, possibile individuare l’oggetto della presente disquisizione.

Per alternativa digitale si intende il frutto della trasposizione virtuale degli elementi che connotano la società, quali le relazioni interpersonali, gli spazi di condivisione, i centri di aggregazione generazionale e la collocazione degli individui in base ai propri interessi e aspettative. Se la trasposizione è tale da non far riconoscere i limiti fisici e temporali esistenti tra la realtà reale e l’alternativa digitale, essa logicamente possiede gli elementi disfunzionali presenti nella prima realtà. In termini diversi, ciò che è disfunzionale all’interno della vita quotidiana reale di ogni individuo, è altrettanto disfunzionale all’interno della dimensione cyber, tenendo, però, in considerazione un elemento di novità e diversificazione: la riduzione della percezione emotiva.

In una realtà cyber, determinata dall’anonimato, dall’immediatezza e dall’invisibilità territoriale, viene a crearsi il laboratorio ideale per la sperimentazione dei limiti imposti dalle verità socialmente condivise che regolano la realtà sociale reale. L’habitat virtuale garantisce la possibilità di portare alla luce tutte le manifestazioni di carattere personale inibite nella società reale, attraverso un meccanismo di riduzione della capacità di stabilizzare connessioni interpersonali e di scambio emotivo con gli altri, i quali rimangono anonimi e non oggettivamente identificabili. La principale conseguenza della trasposizione virtuale dell’interazione è individuta da Brenner (1997), Scherer (1997), Goldberg (1996) e Young (1994) «nelle possibili distorsioni cognitive e percettive nonché sostanziali modifiche del comportamento» . Si noti come in termini qualitativi le relazioni personali e di scambio, nella realtà virtuale, abbiano un coefficiente di personalità ed esclusività notevolmente basso. Del resto, instaurare relazioni online, ovvero filtrate da dispositivi digitali, non significa necessariamente identificarle come relazioni face to face, nelle quali è presente una componente di natura comportamentale, relativa alla subordinazione e limitazione di tutti quei comportamenti non socialmente condivisi, i quali costituiscono veri e propri limiti sociali e dei quali sono immediatamente visibili le conseguenze. Il venir meno di tale incognita produce l’effetto liberatorio, che si manifesta attraverso un senso di libertà d’espressione e d’azione indiscriminato e non sensibile.

Tali manifestazioni possono, di certo, avere natura abusante, aggressiva e deviante, tale da produrre, così come nella realtà reale, comportamenti lesivi e autolesivi in chiave digitale. Nella fattispecie, si intende la presenza dei c.d. cyber crimes o digital crimes e dei relativi meccanismi di deresponsabilizzazione condivisa dagli utenti online. La mancata presenza di limitazioni, in termini di spazio e tempo, ma anche in termini di imposizioni esterne, di legge o di senso comune, induce gli utenti del cyber spazio a innescare in modo facilitato meccanismi di disimpegno morale dinanzi a situazioni devianti, come quelle rappresentate dai fenomeni di cyber bullismo, flaming, sexting, harassment e trolling, ma anche di tutti quei fenomeni spia, come il grooming e l’adescamento di minori online. Bandura (1986) in Disimpegno morale teorizza, in una società non digitale come quella degli anni ’80, i meccanismi di disimpegno morale, ovvero strategie cognitive innescabili dinanzi ad eventi e situazioni devianti o promiscue.

Nella fattispecie di disquisizione, ci si sofferma sul meccanismo di diffusione della responsabilità e della deumanizzazione della vittima. In relazione al primo meccanismo, il concetto di diffusione riprende, come conseguenza naturale, il contenuto sopraesposto, nella parte della deresponsabilizzazione condivisa tra gli utenti online. Nello specifico, vista la presenza illimitata di soggetti che contemporaneamente interagiscono tra loro, e vista la facilità di accesso a contenuti devianti e violenti, anche di natura criminale, il senso di responsabilità risulta essere significativamente parcellizzato tra i vari utenti, e, allo stesso tempo,
risulta essere notevolmente influenzato dall’accettazione del comportamento abusante e violento come comportamento fisiologico del cyber spazio. In altri termini, un comportamento assunto da una densa percentuale di individui non determina, seppur esso sia deviante, una denuncia sociale condivisa. Il venir meno del senso di responsabilizzazione può essere letto in chiave combinata con il concetto di deumanizzazione della vittima.

Nel caso di specie, la cyber vittimologia declina le possibili conseguenze di un comportamento lesivo e deviante online, tra le quali si individua l’incapacità della vittima e dell’autore del reato di accettare consapevolmente il proprio status di vittima e di autore di reato. Il concetto appena espresso può sostanziarsi attraverso una visione d’insieme. Nel cyber spazio, come detto, non è presente la componente fisica della persona, e pertanto, non è visibile il feedback emotivo in risposta ad un evento deviante. In tal modo, l’autore del reato non può prendere coscienza delle reali conseguenze dei comportamenti messi in atto,
anche in modo consapevole, nei confronti della vittima, in quanto il comportamento può essere condiviso tra migliaia di utenti nello stesso momento e, dunque, il senso di responsabilità si riduce a semplice presa visione del comportamento stesso. La c.d. denuncia sociale risulta essere inesistente nelle dinamiche digitali, proprio in relazione alla mancata responsabilizzazione personale e gruppale.

La trasposizione digitale che crea la realtà cyber produce una connessione vera e propria, caricando la realtà virtuale e i suoi individui frequentatori di significati che possono essere intesi solo considerando l’aspetto non virtuale, e, dunque, l’essenza stessa della realtà reale. In altri termini, il disimpegno morale può essere consapevolmente ragionato solo considerando le persone che vivono la realtà virtuale come persone a tutti gli effetti, con una componente fisica e una emotiva. Pertanto, riconoscere i meccanismi di disimpegno morale non risulta sufficiente al fine di rendere consapevoli gli individui della trappola comportamentale del cyber spazio, perché quest’ultimi risultano essere consci di tali meccanismi. Ciononostante, non risultano interessati al riconoscimento del proprio avatar e delle relazioni di quest’ultimo con gli altri avatar come relazioni personali vere e proprie, come, ovvero, relazioni che si possono instaurare nella realtà offline. In tal senso, risulta possibile individuare, nelle dinamiche relazionali e comportamentali implementate nella realtà non virtuale, l’influenza di quelle libertà sentite all’interno del cyberspazio. Una sorta di non riconoscimento delle due realtà e della loro relativa sovrapposizione.

Alla luce di quanto emerso, sarebbe auspicabile un’ulteriore analisi che comprenda la necessità di determinare gli elementi che possano disinnescare la sovrapposizione delle due realtà, in quanto quel senso di libertà sentito nell’alternativa digitale produce l’effetto prevaricatorio che si sta osservando nella società reale. Allo stesso tempo, la deumanizzazione della vittima nella realtà virtuale produce un ulteriore effetto: il mancato riconoscimento della persona in quanto tale nella realtà reale. La trasposizione inziale non può condurre ad una trasposizione inversa, ovvero dalla realtà virtuale a quella reale, in quanto tutti gli elementi finora descritti sono svincolati da qualsivoglia regola sociale e inibitoria, favorevole alla condivisione di spazi veri comuni. La visione di una realtà trasposta, di tal genere, coincide con un villaggio senza regole, nel quale ognuno è libero di uscire dalla propria sfera privata per voglia e desiderio di dar sfogo ai propri stimoli, senza più inibizione e senza considerare la sfera degli altri, le libertà degli altri. Un bel mondo senza semafori. Senza segnali e senza regole.

In una società così precaria come quella odierna, la sovrapposizione delle due realtà e la relativa frantumazione delle regole di condivisione finora in uso possono essere davvero la via alternativa per un ridimensionamento delle capacità sociali?

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