Il peso dello stigma sulle donne migranti

Istituto Ianua

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donne migranti

a cura di Arianna Consalvi, Dott.ssa in Scienze dell’educazione e della formazione

Il presente articolo vuole analizzare il fenomeno della doppia stigmatizzazione subita dalle donne migranti presenti in Italia.

Prima di tutto, bisogna considerare che il fenomeno di razzizzazione che coinvolge tutte le minoranze di una società (stranieri, donne ecc.) è un processo storico che vede queste categorie coinvolte in più discriminazioni. Infatti vi è anche una questione di genere negli stereotipi e nei pregiudizi alla base del razzismo. La subordinazione femminile è una caratteristica ancora presente nelle società moderne e se ufficialmente viene combattuta, è ad un livello più implicito che le differenze vengono mantenute per garantire un rapporto di potere a vantaggio dell’uomo. Tale struttura presenta caratteristiche differenti tra occidente e oriente. Nel primo caso lo svantaggio delle donne è evidente nei contesti lavorativi, dove la loro presenza nelle posizioni di maggiore importanza e responsabilità è ancora inferiore, in quanto ci si aspetta che si occupino dei lavori di cura e assistenza; anche in ambito sociale le loro opinioni hanno meno risonanza rispetto a quelle degli uomini, al contrario dei contesti pubblicitari in cui la presenza femminile è maggiore e troppo spesso sessualizzata. Nel secondo caso invece, ossia per quanto riguarda le società orientali, le donne vengono per lo più private della loro libertà. Ciò avviene sia a livello fisico, si pensi alle mutilazioni dei genitali femminili, sia a livello personale e morale, per cui non possono muoversi senza il consenso del marito, del padre o dei fratelli, e a volte, sono costrette anche a camminare dietro all’uomo.

Vi sono tuttavia delle caratteristiche attribuite al genere femminile in generale e che durano fin dal XIX secolo, quando l’antropologia fisica forniva una base scientifica non solo per le razze, ma anche per le donne. Ad esse veniva richiesto di rispondere solo alla funzione riproduttiva, riducendo quindi anche la donna ad una sorta di inferiorità naturale. In questo modo la donna veniva ridotta a stereotipi che ancora oggi la caratterizzano, come debole, fragile, vanitosa, dipendente ed emotiva. La naturalizzazione della donna è ciò che accomuna razzismo e sessismo, giustificando i rapporti di potere e dando avvio ad una sorta di sessualizzazione della razza e razzializzazione del sesso. Infatti gli stereotipi utilizzati per descrivere la donna sono gli stessi che vengono usati per definire i “selvaggi”, con l’obiettivo di enfatizzare le differenze, relegandoli all’ordine della natura oppure negando loro qualsiasi specificità, tanto da definire la donna come “femmina dell’uomo” o “maschio mancato”.

Anche per quanto riguarda le immigrazioni ritroviamo la questione di genere. I primi studi sull’immigrazione femminile risalgono al XX secolo e si svilupparono negli Stati Uniti con la scuola di Chicago. In questi studi emerge l’immagine della donna migrante caratterizzata dalla sottomissione e dalla dipendenza alla tradizione che la sua cultura le impone, alla quale potrebbe fuggire in seguito all’anglo conformity, ossia ad una sua “americanizzazione”. Quest’idea si modifica quando il femminismo e gli studi di genere trovano una connessione tra discriminazioni di genere e discriminazioni di razza o al ricongiungimento familiare.

Quel che è certo è che la condizione della donna immigrata in Europa, e nello specifico in Italia, non è cambiata di molto. Quando anche le donne hanno iniziato ad abbandonare il proprio paese per lasciare il duro lavoro della campagna – avviato per sostituire gli uomini che emigravano – e avviarsi ad una indipendenza economica, iniziarono a rivolgersi ai lavori domestici. Esse incontrarono degli ostacoli, a volte provenienti dalla famiglia stessa, come nel caso delle balie da latte alle quali veniva impedito di partire durante il periodo dell’allattamento, altre volte ancora la realtà era più dura delle aspettative. Molto spesso infatti erano vittime di abusi sessuali o fisici, andavano incontro ad umiliazioni nei luoghi di lavoro o ancora erano costrette in casa ad occuparsi degli uomini che spesso avevano incidenti sul lavoro che causavano infortuni, impossibilitandoli all’esercizio delle mansioni. Quindi i ruoli della donna non erano altro che “estensioni delle tradizionali e naturali funzioni femminili”.

A battersi per questa concezione del lavoro femminile nell’Italia degli anni ‘70, fu l’associazione delle Acli-Colf, che venne a formarsi in realtà nel 1946, quando però le lavoratrici domestiche non provenivano da altri continenti, ma da altre regioni o classi più povere. Fin dall’inizio quindi essa si confrontava con la realtà delle questioni di genere riguardanti le donne italiane, fino a quando nei primi anni ’70 non aumentarono le migrazioni femminili. Allora le Acli-Colf assunsero un ruolo importante nelle questioni che rilegavano genere, classe ed etnia. Questo avveniva in un momento storico in cui il movimento femminista italiano poneva l’attenzione sulla categoria di genere in generale, escludendo però le donne immigrate. Verso gli anni ’80-’90 l’Associazione fece leva sulla solidarietà femminile per intendere il lavoro delle colf come “servizio sociale” dedicato alle famiglie marginali piuttosto che a quelle privilegiate. Ponendolo quindi al di fuori del rapporto privato, che permetteva alle donne autoctone di godere dei diritti dell’emancipazione femminile, negata, invece, alle altre e rinforzando così il concetto del lavoro di cura come esclusività femminile. Tale solidarietà, però, il più delle volte mancava, e vi era una differenza sostanziale anche tra il trattamento riservato alle donne italiane impegnate negli stessi lavori domestici e di cura, e le donne immigrate. Quest’ultime infatti erano spesso costrette a lavorare in modo irregolare, venivano pagate meno e lavoravano per un numero maggiore di ore. Venne, quindi, a crearsi un vero e proprio rapporto tra servo e padrone, che fu motivo per un maggior impegno da parte delle Acli-Colf a battersi per ottenere una legislazione in grado di tutelare le colf straniere e liberarle da questa dinamica, includendo nel contratto nazionale il loro caso specifico. Tuttavia il nuovo modello interpretativo degli anni ’90 cambia la posizione dell’Associazione, a causa della teoria della common victim che considera la datrice di lavoro e la lavoratrice, entrambe vittime di un sistema sessista che impedisce loro di superare i ruoli di cura. In questa prospettiva il limite dell’Associazione Acli-Colf risiede nel non dare la giusta importanza alla doppia discriminazione che le donne provenienti da altri continenti subiscono: in quanto donne ed in quanto immigrate.

Esse sono vittime di un’oppressione multipla, di una doppia segregazione: lavorativa e simbolica. Per quanto riguarda il primo caso anche oggi esse si inseriscono maggiormente nel lavoro domestico e di cura. In questo contesto i loro scarsi livelli di socializzazione e conoscenza linguistica oltre che burocratica, garantisce una certa flessibilità e invisibilità di queste donne, a vantaggio dei datori di lavoro, a causa della mancanza di politiche di accoglienza e di una globalizzazione che nei fatti non garantisce pari opportunità. Inoltre sembra esserci una correlazione tra il maggior impiego delle donne europee nel mondo del lavoro e l’assunzione di donne immigrate per sostituirle nei lavori domestici. Come accadeva per le donne nere negli Stai Uniti, anche oggi, in Italia, le donne straniere vengono discriminate dalle donne italiane. Quest’ultime fanno sempre meno ricorso ai servizi sociali di cura per l’infanzia e per gli anziani, rivolgendosi direttamente alla forza lavoro immigrata. Esse vengono sfruttate, limitate delle loro libertà, approfittando della mancanza di una rete di sostegno familiare e spesso vengono loro richiesti anche lavori di cura che necessitano una determinata professionalità, come occuparsi di persone con disabilità psico-fisiche. Vi è infatti uno stereotipo che coinvolge le donne immigrate e che le contrappone alle donne occidentali e vuole le prime con maggiore capacità decisionale e spirito di adattamento alle nuove situazioni e le seconde come donne emancipate, istruite e lavoratrici. Questo concetto oscura ed evita di affrontare le difficoltà che la donna immigrata incontra durante il suo cammino, nasconde la sua storia culturale e personale e il dolore che si nasconde dietro ogni adattamento dovuto alla sua condizione di precarietà, nonostante spesso si tratti di donne con titoli di studio e alle spalle una certa professionalità. Adattamento che la costringe ad abbattere, o almeno a tentare, ogni barriera psicologica e linguistica per non cadere nell’isolamento e nell’auto-segregazione.

Inoltre le donne immigrate mettono in atto i due processi riguardanti il fenomeno migratorio: da un lato tendono a mantenere le radici della propria tradizione e della propria cultura e a trasmetterla ai figli; dall’altro sono agenti di cambiamento per quanto riguarda l’intera struttura sociale, dal mercato del lavoro alla famiglia, fino ad arrivare alle asimmetrie di genere che coinvolgono anche le donne occidentali. Esse uniscono i loro due mondi, le due identità che scaturiscono dalle rispettive esperienze. Cercano di fronteggiare la segregazione simbolica derivante dagli stereotipi che emergono dal discorso pubblico italiano e che le raffigura come donne passive, dipendenti dal marito o dai figli. Esse sono donne sole, rifugiate politiche, divorziate, ma anche donne “comuni”, donne che hanno alle spalle storie di difficile integrazione già nel loro paese e che una volta arrivate in Italia mostrano più propensione al cambiamento, alla modernizzazione. Si impegnano nell’acquisizione della lingua italiana e si oppongono all’imposizione del modello femminile occidentale e alla mancanza di rapporti paritari, facendo emergere le disuguaglianze di genere, razza e classe, che permangono nella nostra società “civile”. Una delle critiche che viene mossa nei loro confronti è quella di lasciare indietro i figli, il cosiddetto fenomeno dei left behind – accusa mai rivolta all’uomo migrante, come nel caso delle donne rumene. A dare visibilità a questo fenomeno e a permettere un rafforzamento di queste accuse è il lavoro dei media, che ignorano i veri motivi di questi spostamenti: le condizioni economiche, politiche e il desiderio di una vita migliore per sé stesse e per gli stessi figli che sono costrette a lasciare. Ma ciò che risuona con maggior insistenza nei media rumeni è il disagio psichico conseguente all’emigrazione e che viene identificato con il termine “Sindrome Italia”. Termine privo di valenza scientifica, ideato con l’obiettivo di creare un’associazione spontanea tra immigrazione, spostamento del draining care e malattia, considerata una sorta di depressione che invade la vita delle donne immigrate, ripercuotendosi anche sulla salute psichica dei propri figli. La responsabilità di questa condizione viene data alle stesse vittime, cioè alle donne.

L’analisi della realtà italiana sembra dimostrare che ci sia ancora difficoltà ad adottare una visione plurale del mondo, che ci permetta di attuare vere politiche di accoglienza, della persona e delle sue differenze, considerando queste come ricchezza e non come limite. Ancora una volta la differenza non diventa fonte di arricchimento, ma una barriera che crea gerarchia tra categorie sociali superiori e categorie sociali inferiori. In un mondo sempre più globalizzato, sempre più connesso, vi è ancora una distinzione tra noi e loro, soprattutto quando si tratta di donne immigrate, che portano con loro il peso di una doppia stigmatizzazione: in quanto donne ed in quanto “straniere”. Sembra ancora non realizzarsi l’idea per cui siamo tutti lo straniero di qualcun’ altro.

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