Deresponsabilizzazione nel cyber-stupro

Redazione Ianua

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Uno dei meccanismi di difesa alla base dei comportamenti devianti online

a cura di Mario Altieri

Internet – si sa – oggi è decisamente più di un semplice strumento di facilitazione delle nostre vite, ma è divenuta senza dubbio estensione della vita stessa. Non virtuale, badate bene, ma assolutamente reale. Ciò che avviene sulla rete, non resta mai solo nella rete, ma ha una eco concreta e tangibile sulle esistenze e sulle vite degli individui che possono facilmente trovarsi con queste ultime stravolte, in positivo o in negativo. In quanto estensione, poi, è inevitabile che i suoi campi d’azione abbraccino qualsiasi aspetto della vita: dalle metodologie di comunicazione che hanno cambiato il nostro modo di socializzare, a quello dell’informazione sempre più rapida ed “usa e getta”; dalla criminalità, con i suoi nuovi pericoli ed i nuovi metodi per fare affari illeciti, alla sfera più intima e personale – come quella della sessualità – che, se da un lato è stata finalmente sdoganata, dall’altro è oggi la protagonista di nuovi spunti e nuove modalità di messa in atto di comportamenti parafilici e, spesso, criminali o potenzialmente tali. Tra questi comportamenti, un fenomeno in crescita ma di cui si continua a parlare poco è il cosiddetto cyber-stupro.

Il cyber-stupro o cyber-rape, come lo ha definito Julian Dibbell già nel lontano 1993 nel suo articolo A Rape in Cyberspace: How an Evil Clown, a Haitian Trickster Spirits, Two Wizard, ad a Cast of Dozens Turned a Database Into a Society. Con tale termine si fa riferimento ad una serie di comportamenti diversi, che vanno dall’adescamento online – di minori e non – col fine di costringerli, sotto minaccia, a compiere atti sessuali in webcam, al web stalking; dal cosiddetto revenge porn, fino alla pratica di commentare in modo violento e volgare foto di ragazze, rubate e pubblicate a loro insaputa in spazi web dedicati. Esistono, infatti, gruppi chiusi su Facebook, gruppi privati su Telegram o veri e propri forum online nei quali gli iscritti uomini caricano foto “rubate” – non necessariamente provocanti, anzi, spesso del tutto normali – a propri contatti femminili, ignare di tutto ovviamente, in modo da farle oggetto di commenti e fantasie sessuali molto esplicite, spesso caratterizzati dalla volontà di umiliazione e sottomissione fisica, che non di rado sfociano in vere e proprie fantasie di stupro collettivo. Al di là del comportamento ovviamente riprovevole, il vero pericolo di questa pratica nasce dal fatto che chi pubblica queste immagini, come se non bastasse, pubblica anche il nome, il cognome o altri dati sensibili della vittima oppure, in mancanza di ciò, il branco tenta di restringere il cerchio intorno alla vittima stessa con l’obiettivo di incontrarla o avvicinarla nella vita reale, favorendo di fatto uno stalking compatto da parte di tutti i frequentatori del gruppo e mettendo concretamente a rischio aggressione la vittima designata.

Ciò che può essere interessante cercare di capire è quale caratteristica di internet favorisca questo tipo di condotte e quali meccanismi psicologici spingono le persone a comportamenti aggressivi o devianti online, atteggiamenti caratteristici non solo dei protagonisti del cyber-stupro, ma anche dei cosiddetti troll o dei cosiddetti haters. A tal proposito, come ottimamente illustrato da Francesco Striano nel suo articolo Fenomenologia del cyber-stupro. Note ontologiche-filosofiche sulla violenza informaticamente mediata (2018), già a partire dagli anni ’90 è stato elaborato – da Martin Lea e Russell Spears – un paradigma di spiegazione detto Effetto Gige o Modello SIDE (Social Identity of Deindividuation Effects) che arriva ad individuare nell’anonimato uno dei principali elementi facilitatori dei comportamenti violenti online. Tale paradigma deve il suo nome al protagonista di una storia – Gige, appunto – creata da Platone e raccontata da suo fratello Glaucone, che era il possessore di un particolare anello magico in grado di renderlo invisibile una volta girato il castone dalla parte del palmo. Secondo le intenzioni di Platone, la metafora della storia aveva lo scopo di dimostrare come qualsiasi individuo – qualora avesse garanzia di impunità – sarebbe capace di commettere un’ingiustizia: Gige, infatti, dopo aver trovato l’anello al dito di un cadavere, lo utilizzò per sedurre la moglie dell’allora sovrano e tramò con lei per uccidere quest’ultimo e prenderne il posto. Glaucone ne deduce che

se fossimo in grado di replicare questo magico anello e di darlo all’uomo più giusto così come a quello più ingiusto, questi si comporterebbe allo stesso modo.

Il potere dell’invisibilità, dunque, così come quello dell’anonimato offerto dalla rete non fa altro che favorire il fenomeno della deresponsabilizzazione e cioè quel meccanismo psicologico alla base dell’esperire di tutti quei comportamenti devianti che in altre condizioni – probabilmente – sarebbero fortemente limitati dal pubblico giudizio e dalla costante ricerca della cosiddetta desiderabilità sociale. È chiaro però che, dal momento in cui le persone che aderiscono e partecipano a questi gruppi e forum online lo fanno con il proprio nome e cognome in bella mostra, il concetto di anonimato viene meno e – di conseguenza – questo non basta più, da solo, a spiegare l’emergere dei comportamenti devianti ed il meccanismo della deresponsabilizzazione.

In questo caso ci arriva in soccorso la teoria di Alexander Galloway e del cosiddetto anti-anello di Gige, derivata da un testo di Stanley Cavell sull’ontologia del cinema in cui quest’ultimo utilizza la famosa metafora Platonica per descrivere la modalità di fruizione cinematografica dello spettatore che, di fatto, si trova immerso ed inserito in un mondo proiettato seppur in una condizione di invisibilità e di impossibilità d’agire. Partendo da questa osservazione, Galloway aggiunge che se è vero che lo spettatore ha un ruolo passivo – non potendo, di fatto, agire e richiedendogli una predisposizione masochistica – questo non lo rende comunque immune dalle passioni suscitate in lui dalla visione cinematografica; l’anello di Gige, in questo caso, da strumento capace di donare l’invisibilità, si riadatta e diventa protezione morale: si può parteggiare per il “cattivo” e godere della violenza di alcune scene senza che nessuno possa saperlo o giudicarci male per questo.

Nell’utilizzo di internet in generale e dei social più nello specifico, invece, la natura della nostra esperienza – secondo Galloway – è diametralmente opposta: è l’anti-anello di Gige. Se da spettatori cinematografici, da soggetti passivi, inermi e quindi invisibili, abbiamo a che fare con il voyeurismo ed il masochismo, l’essere presenti su internet e confrontarci con i social ha, invece, a che fare con il sadismo ed ha l’effetto di rendere invisibile il mondo reale e di crearne di diversi e di nuovi continuamente dandoci, quindi, la sensazione di agire esclusivamente su questi mondi fittizi e – di fatto – favorendo il meccanismo della deresponsabilizzazione indipendentemente dal fatto di essere anonimi o meno.

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