La maternità perversa

Istituto Ianua

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maternità

Breve analisi critica

a cura di Roberta Zonno, dottoranda di ricerca in Gender Studies

La maternità e tutto ciò che la circonda vengono ancora oggi viste come sacre, immacolate. Qualunque vissuto o narrazione che tenti di smorzare quell’aura benedetta che circonda l’esperienza di avere un figlio non è visto come un’opinione individuale che, in quanto tale, è soggettiva e realistica a suo modo, ma dissacrante di qualcosa che dev’essere celebrato ad ogni costo. Si continua ancora a nascondersi dietro la presunta “attitudine naturale” della donna, tralasciando di interrogarsi sulle reali condizioni sociali di possibilità da cui essa deriva, oltre che il costo di tali convinzioni.

Per questo e per molti altri motivi disquisiti in questo breve contributo, possiamo dichiarare la maternità perversa, un’esperienza talmente totalizzante e ricca di contraddizioni sul piano fisico, emotivo, psicologico, decisionale che non può essere descritta in altra maniera. Si noti bene: la maternità è perversa, non la genitorialità. Perché ancora oggi è principalmente il materno ad essere sotto i riflettori e sotto accusa, sin dalla primissima scelta al riguardo: quella di avere figli o no. E se, per dirla con Lévi-Strauss, la famiglia è un’invenzione sociale e non puramente un fenomeno naturale, lo stesso può dirsi per la maternità e tutto ciò che ne discende.

La verità è che il tentativo di affrancarsi da una serie di modelli e stereotipi di donna, di provare ad urlare al mondo che la dicotomia madonna e puttana è assolutamente fisiologica, è fallito. L’ancora attuale permanenza in un rapporto di dominio inconsapevole condanna la donna a subire modelli millantati come dogmi della biologia, delle religioni e della psicologia spicciola (si vedano tutte le credenze e dicerie sull’istinto materno ormai demolite dalla letteratura scientifica) che nel tempo hanno tenuto incatenate le donne e hanno contribuito a farle sentire sbagliate e snaturate se non sentivano quest’inclinazione naturale.

I social pullulano di post stereotipanti la maternità e osannanti i dolori del parto, riportando in auge l’importanza del martirio e della sofferenza per essere Madri. L’impossibilità di scegliere come partorire meriterebbe un’approfondita analisi sociologica a latere di questo lavoro, ma dalla quale sicuramente emergerebbero aspetti densi di stereotipia, violenza e convinzioni arcaiche sulla naturalezza dell’evento parto e sulla naturale propensione della donna a partorire. Il diretto sillogismo dietro queste asserzioni è “non sai partorire, ergo non sei una donna”, o comunque non lo sei abbastanza. In un Paese in cui rifarsi il seno o il naso è ormai routine, perché una donna non ha la libertà di scegliere come mettere al mondo un* figli*? L’unica “soluzione” è quella di ottenere una diagnosi psichiatrica di tocofobia. Risulta dunque implicito, e neanche troppo, considerare la donna incapace di decidere per se stessa, anche se messa di fronte a tutte le informazioni correlate a una e all’altra tipologia di parto.

Ma sebbene sia ormai ben nota a livello scientifico la stretta correlazione tra eventi ginecologici e lo sviluppo di disturbi psicologici quali il disturbo da stress post-traumatico o depressione post-partum, la comunità ostetrica sembra continuare ad avere la presunzione di poter decidere per le donne e sulle donne. Nessuna defaillance è concessa: la società continua ad arrogarsi il diritto di giudicare le scelte delle donne. Il parto, infatti, è solo uno degli aspetti della maternità soggetti a critica e autocritica. Perché spesso la gara a chi ha sofferto di più nel partorire viene poi sostituita da quella a chi è più brava al rientro a casa.

Perché allatti e perché non allatti e perché allatti così a lungo, e perché rientri al lavoro e perché non rientri al lavoro, ma non ti vergogni a farti mantenere da tuo marito, ma non ti vergogni a lasciare i tuoi figli all’asilo/ai nonni.

Il giudizio sociale si abbatte sulle madri a confutare qualunque decisione esse prendano. Lo stesso trattamento, tuttavia, non viene riservato ai padri. Da qui la perversione dell’esperienza maternità. Come qualsiasi esperienza, non si può prevedere come la si affronterà finché non la si vive. Tuttavia, a differenza di quasi tutte le altre esperienze della vita, una volta imboccato il sentiero non c’è via di ritorno. Il mito della maternità gioca un ruolo fondamentale nell’instaurazione e nel radicamento del senso di colpa che le madri provano. Il giudizio sociale viene introiettato dalle madri che, con questa seconda pelle addosso, sentono di aver perso il diritto ad essere.

La maternità, inoltre, è l’unico evento della vita per il quale non sono concesse ambivalenze di pensiero, né emotive. Alba Marcoli (2011) in La rabbia delle mamme. Perdersi per ritrovarsi avanza una provocazione, chiedendo alle madri presenti in un gruppo di parola se si concedano mai di pensare “Come capisco quelli che li buttano dalla finestra!”, sdoganando e legittimando la naturalità di pensieri e sentimenti ostili nei momenti di difficoltà così frequenti in maternità, al pari dei pensieri d’amore e d’affetto nei momenti di gioia.

Sarebbe importante oggi supportare tesi come quella di Élisabeth Badinter, che demolisce i due pilastri, basati su nulla più che fantasiose teorie, del senso di colpa materno di origine patriarcale: anzitutto, la naturalità dell’amore materno, ampiamente criticata dal femminismo moderno che, dunque, incoraggia le donne ad essere “snaturate”; secondo, l’osannazione della dedizione assoluta, attraverso la quale si “intrattiene” la donna impedendone uno sviluppo professionale ed economico.

Sarebbe dunque il caso, forse, di cominciare a interrogarsi su quanto costi realmente la maternità: economicamente, cioè se e quanto la perdita pecuniaria, di carriera e di benessere psico-emotivo delle madri gravi sul PIL a livello macroeconomico; socialmente, cioè qual è l’incidenza di tutta questa sovrastruttura della maternità sul benessere psico-sociale di mamme e bambini; politicamente, ovvero se non sia il caso di implementare servizi per le famiglie, con operatori formati in un’ottica di genere e femminista, che mirino al supporto di mamme, papà e bambini, alla responsabilizzazione dei padri e allo sviluppo di una reale bigenitorialità e condivisione degli impegni genitoriali, oltre che all’intercettazione precoce di segnali di disagio all’interno dei nuclei.

Tanto si è cercato di ottenere l’indipendenza dall’uomo, sul piano fisico, economico, psicologico ed emotivo; forse oggi sarebbe importante cercare di raggiungere la stessa indipendenza dai figli, che non significa abbandono o negazione dei bisogni e delle fragilità intrinseche di un bambino, ma trovare il giusto equilibrio nel bilanciamento tra essi e quelli della madre.

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