Pedofilia femminile: oltre lo stereotipo

Redazione Ianua

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pedofilia

Prima di parlare di pedofilia femminile è bene chiarire e definire alcuni concetti, fondamentali per la discussione del fenomeno in esame. Il termine pedofilia deriva dal greco e, letteralmente, vuol dire “amare i fanciulli”. Sebbene l’etimologia parli di un amore rivolto a fanciulli, la pedofilia poco ha in comune con l’amore inteso nel suo significato più nobile. In realtà, si tratta di un amore ben più intenso che presuppone una forte attrazione erotica nei confronti di bambini o bambine in età pre-puberale. Principale caratteristica della pedofilia, quindi, è la pulsione carnale nei confronti di esseri umani che si trovano in un periodo di vita in cui non è ancora stato sperimentato uno sviluppo sessuale psichico e fisico; attrazione che riesce a trovare totale soddisfacimento solo se messa in atto con bambini e/o bambine.

Diverso, invece, è il caso della pederastia che viene solitamente – ed erroneamente – associato all’omosessualità. La pederastia rappresenta la relazione tra una persona adulta e ragazzə in età puberale, quindi in un periodo di sviluppo sessuale psico-fisico che si colloca a metà tra l’adulto e il bambino.

Connesso al concetto di pedofilia – e compreso in esso – ma differente nella sua concretizzazione, è il concetto di abuso sessuale su minore. Questo è un comportamento, più che un concetto, cioè la messa in atto del desiderio pedofilico. Serra (2000), in Proposte di criminologia applicata 2000, definisce l’abuso sessuale su minore come

il coinvolgimento di bambini in pratiche sessuali che essi non possono interamente comprendere e verso le quali sono incapaci di dare un informato e cosciente consenso o che violano tabù sociali circa i ruoli familiari.

Ulteriore differenziazione tra concetto pedofilico e comportamento abusante su minore, viene ritrovata in relazione alla persona che compie le azioni abusanti. Mentre il o la sex offender (pedofilə) può avere continuamente attrazione verso minori senza che questa sfoci in condotte abusanti, il o la child molester può abusare sessualmente minori senza avere necessariamente pulsioni sessuali nei loro confronti. Ovviamente, ci sono casi in cui le figure di sex offender e child molester si fondono e confondono.

Picozzi e Maggi (2003) in Pedofilia. Non chiamatelo amore descrivono il child molester come una persona adulta che

si intrattiene in attività sessuali illecite con minori, indipendentemente dal sesso, dall’unicità o ripetitività degli atti, dalla presenza o assenza di condotte violente; se la vittima sia pubere o prepubere, conosciuta o meno, legata o meno da vincoli di parentela con l’aggressore.

Ora, mettendo tra parentesi percezioni e differenze relazionali tra le bambine e i bambini molestati – senza ridurne l’importanza – e cercando il più possibile di non addentrarci nella tematica di identità di genere – che richiederebbe uno spazio ben più ampio – ciò che si vuole in qualche modo evidenziare è la presenza di sex offender e child molester di genere femminile. Una visibilità che, principalmente, non è stata attribuita al fenomeno della pedofilia femminile dai media tradizionali (quotidiani, radio, tv) e dalle forze dell’ordine. Tra le motivazioni di questa scelta debitamente ponderata c’è l’idea patriarcale della donna come “entità” da preservare, proteggere, incapace di compiere atti violenti men che meno che atti impuri nei confronti di minori. Un’entità che, filosoficamente intesa, è così perfetta da non esistere; o meglio, da esistere solo nel mondo dell’intangibile. Donna come oggetto e mai soggetto, nella veste di individuo eroticamente passivo. Donna come individuo dedito alla cura della prole, oltre che dell’intero contesto familiare. Così, passare dal concetto di donna-oggetto alla raccapricciante realtà di donna-abusante sconvolge la quotidianità, butta giù il muro di certezze e di stereotipi socialmente costruiti. Un genere femminile non più solo abusato.

L’aggressività – sessuale e non – tipicamente attribuita al genere maschile ha influenzato la scelta di denunciare abusi e violenze ricevute da donne, con un conseguente aumento del numero oscuro. In una cultura dominata dalla mascolinità egemonica, i motivi per cui non denunciare sono disparati come varie sono le situazioni di abuso: le donne sessualmente abusanti sono le madri delle vittime; le vittime sono inconsapevoli dell’abuso e incapaci di descriverlo; i contesti di abuso sono pregni di relazioni di potere per cui denunciare comporta una ritorsione e doppia vittimizzazione; le vittime sono minori puberi di genere maschile che glorificano l’atto sessuale con donne adulte o, di contro, provano profonda vergogna per aver subito sopraffazione da quello che per antonomasia è stato sempre considerato il “sesso debole”. Chiaramente, i modelli comportamentali qui riportati non sono esaustivi.

Ne conviene che le condotte crimino-sessuali delle donne siano sottostimate. A proposito, i primi cenni all’esistenza di donne abusanti, child molester e sex offender, risalgono agli anni ‘80 quando la Commissione Badgley (Canada) nel corso di uno studio su uomini colpevoli di reati sessuali, rivelò che l’1% di 727 intervistati è stato abusato sessualmente da fanciullo da una persona di genere femminile. Scoprire che chi ha contribuito ad alimentare la catena degli abusi, secondo la teoria dell’abusato-abusatore, è una persona di genere femminile è abbastanza perturbante in una società ancora profondamente legata agli stereotipi di genere. Pur essendo trascorsi decenni, permane ad oggi una certa volontà di mantenere inalterate quell’insieme di credenze socio-culturali che garantiscono una certa stabilità esistenziale. Infatti, una ricerca del 2016 condotta da Cortoni e Babchishin ha evidenziato la discrepanza tra ciò che viene denunciato alle forze dell’ordine e ciò che invece appare più in linea con l’accaduto: su 17 campioni provenienti da 12 paesi solo il 2,2% di reato sessuali denunciati alla polizia sono commessi da donne, invece le indagini sulla vittimizzazione evidenziano che l’11,6% delle vittime sono state abusate sessualmente da donne. Un dato quasi sei volte maggiore rispetto alle denunce ricevute.

In sintesi, i dati esposti e un evidente numero oscuro degli abusi su minori da parte di sex offender e child molester femminili sottolineano la necessità di decostruire i radicati stereotipi di genere, sensibilizzare sull’esistenza e la diffusione del fenomeno, investire tempo e risorse nella ricerca sul fenomeno, definire le azioni di prevenzione delle condotte abusanti e, allo stesso tempo, destigmatizzare il concetto di pedofilia e di pedofilə come persone perverse, da emarginare e immeritevoli di ascolto e aiuto psicoterapeutico.

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