Uno sguardo su femminismo e specificità di genere

Redazione Ianua

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femminismo

a cura di Fabiola Balestrieri, dottoranda di ricerca all’Università di Bologna

Nel momento in cui ci si imbatte nella lettura approfondita della teoria della specificità di genere e dei suoi sviluppi, è possibile focalizzare l’attenzione sull’unico punto di distanza tra questa e il secondo femminismo da cui prende spunto: l’idea dell’alterità della donna come valorizzazione e non più come discriminazione.

Se in apparenza sembra che ad un certo punto si sia appannata la visuale delle militanti e ciò le abbia costrette a cambiare strada, nella realtà non possiamo definirlo un cambiamento ma la stessa idea principe diffusa dalle neo femministe è posizionata su una linea di continuum che arriva fino alla concezione di alterità della teoria differenziale. Ossia, il fattore che per le neo – femministe le posizionava all’esterno dei confini dello spazio maschile è lo stesso che il filone della specificità ha descritto come elemento che ha permesso di mettere in rilievo la collettività femminile, che prima di allora non era mai riuscita ad emergere dalle acque dell’orbe maschile. Inoltre, proseguendo l’analisi, si porterà alla luce il vero unico punto di intermittenza tra la teoria madre e il suo prodotto: l’ulteriore radicalizzazione di gruppi di donne che vanno ben oltre l’affermazione della naturalità del genere e iniziano a discriminare la platea femminile che preferì non aderire all’estremizzazione di quegli ideali.

Le riflessioni inerenti alla teoria della specificità di genere hanno avuto origine principalmente dal contributo di due scrittrici del Novecento: Simone de Beauvoir e Virginia Woolf. Non a caso la Woolf rifiuta l’idea di uguaglianza col genere maschile ma illustra un cambiamento culturale e sociale che abbia come principale assunto l’idea di alterità paritetica tra donna e uomo. Il saggio Le tre ghinee rende la Woolf la madre di questo filone del secondo femminismo, sebbene scritto nel 1938:

E poiché siamo diversi, i nostri modi saranno diversi. (…) Il modo migliore di aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e di seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Non è di entrare nella vostra associazione, ma di rimanere fuori pur condividendone il fine. E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti- di tutti gli uomini e di tutte le donne- a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della Giustizia, dell’Uguaglianza e della Libertà.

Così descrive l’emancipazione del mondo femminile dal dominio maschile, una liberazione che è prodromica all’autodeterminazione delle donne, essa ha le sembianze dell’attivismo e dell’indifferenza al tempo stesso. Ed è proprio quella posizione di stasi e non attivismo, soprattutto nel periodo bellico, che rende l’universo femminile diverso da quello maschile, rimarcando le differenze nel carattere pacifico e se vogliamo anche riflessivo che gli uomini non possiederanno mai per via della loro propensione alla distruttività. Possiamo notare come questo sia il punto di partenza di quel filo rosso che collega l’alterità del secondo femminismo alla nuova concezione del termine tipica del femminismo delle differenze.

Questa diversità parte dal genere proprio in segno di protesta alla costruzione maschile del mondo basata sulla sessualizzazione delle varie forme di dominio, per cui queste donne rivendicando la loro emancipazione utilizzano gli stessi strumenti usati dagli uomini per subordinarle: sessualizzazione e linguaggio. Questo perché sono i principali nodi della corda che le tiene ancorate al rapporto di dominio che per anni le ha rese oggetto e mai soggetto autocosciente. Da qui si avvia un processo di decostruzione di un linguaggio fallocentrico basato su parole antitetiche che disegnano il mondo come una continua categorizzazione in un doppio binario (uomo/donna, padre/madre, attività/passività), per poi giungere alla realizzazione di un linguaggio a sé che rispecchia la valorizzazione dell’autonomia femminile che nulla ha in comune con l’imposizione maschile.

È ben noto che il linguaggio, il modo in cui utilizziamo le parole e le decliniamo influenza la cultura futura ed è eredità, allo stesso modo, della cultura passata basata su stereotipi e credenze sociali: l’incipit dell’autodeterminazione ha luogo solo con la creazione di un “linguaggio altro” da quello costruito socialmente dal patriarcato, come substrato del nuovo mondo femminile e come regola d’azione per comportamenti che si basino sulla discriminazione di genere. Per citare Ginevra Conti Odorisio

«Non esiste un modello di ciò che vogliamo essere, abbiamo però, ed è forse altrettanto prezioso, il modello quotidiano e illuminante di ciò che non desideriamo essere». L’estraneità diventava un punto di partenza e un desiderio di differenza. La posizione della Woolf basata sull’estraneità femminile dalla polis, sulla “totale indifferenza” che le donne avrebbero dovuto avere nei confronti di valori maschili come patria e nazione (e che storicamente non ebbero) divenne dunque la base per le successive elaborazioni teoriche della “diversità” femminile.

Ecco rivelate le origini della rivalutazione della condizione di alterità della donna nella teoria della differenza di genere, che qui mi appresto a illustrare. Mentre all’inizio del secondo femminismo ci si ribellava ai costrutti sociali patriarcali auspicando la liberazione delle donne da quel sistema che le inseriva in un mondo diverso da quello maschile, durante la teorizzazione della specificità di genere l’alterità della donna concorre a valorizzarla in quanto inscritta nel genere femminile. Un percorso frutto di elaborazione culturale che, rispetto ad altri cambiamenti della stessa matrice, è avvenuto in un lasso di tempo pressoché breve. Non bisogna negare che l’edificazione di una consapevole divisione tra i generi ha avuto luogo grazie alle lotte affrontate dalle neo – femministe per la rivendicazione di un’autodeterminazione in ambito politico, giuridico, sociale, ma soprattutto in ambito familiare. Consapevolezza che, ad oggi, investe maggiormente l’universo femminile rispetto a quello maschile.

Tuttavia questo cambio di prospettiva, che risulta l’unica linea di discontinuità tra femminismo degli anni Settanta e specificità di genere, è servita a definire le donne come collettività passando in primis dalla definizione di donna in quanto singolo: è proprio in questo passaggio che risiede la funzionalità del neo femminismo. In altre parole, l’iniziale rifiuto dell’alterità femminile doveva essere condizione necessaria per distanziarsi dal dominio maschile, rivendicare determinate istanze e riscoprirsi altro rispetto al ruolo dell’autorità patriarcale. Un “altro” che da oggetto diviene soggetto, che sia della propria vita o all’interno dei rapporti con l’altro sesso. Da costrizione è divenuta consapevolezza, punto di forza e autodeterminazione della donna in quanto tale e antagonista rispetto all’uomo. Certe che l’acquisizione dei diritti ormai non poteva garantire l’uguaglianza con gli uomini nella vita reale, le teoriche della specificità miravano alla completa demolizione delle strutture dicotomiche, di qualsiasi inserimento in categorie prestabilite; inoltre questa distruzione strutturale doveva abbracciare l’ambito politico così come quello sociale ed educativo, cioè tutte le dimensioni dell’esistenza umana, a conferma di ciò indicativo è il motto “Il personale è politico”.

L’eliminazione delle barriere divenne un obiettivo capace di radicalizzare gruppi di donne che finirono per criticarne altre il cui unico errore era quello di non essersi discostate dal concetto tradizionale di famiglia, una critica che inevitabilmente porta alla creazione delle polarizzazioni, le stesse contro cui hanno sempre lottato. Senza considerare, poi, che eliminare le costruzioni stereotipiche del dominio maschile non avrebbe dovuto necessariamente comportare l’eliminazione di qualsiasi desiderio femminile: in questo modo, quindi, non venne tutelata la libertà di scelta della donna che preferisse (per inclinazioni personali e non influenza culturale) badare al focolare domestico. Una sorta di radicalizzazione del già intransigente pensiero neo – femminista e, come affermano Recchia Luciani e Ponzio in Teorie femministe e saperi di genere (2018), quasi un

capovolgimento della logica stessa del potere, come forza che si esercita rafforzando e amplificando la potenza del sé piuttosto che opprimendo e sottomettendo l’altro/a da sé.

Una logica autoritativa che potrebbe degenerare nella subordinazione del genere antitetico ma anche di chi appartiene alla stessa categorie e che, nell’ottica delle radicali, non lo rappresenta.

In conclusione, la chiave interpretativa qui disvelata non vuole essere una critica alla conseguente creazione di un gruppo chiuso di teoriche della specificità insensibili alle esigenze altrui, consapevole che qualsiasi movimento può essere autore di cambiamenti positivi ma anche degenerazioni dello stesso. Bisogna considerare anche che quelle degenerazioni non sono altro che rappresentazioni della vastità di differenziazione del pensiero umano e degli eventi che vi hanno influito. D’altro canto è stato mostrato come la matrice ideologica del concetto di alterità della condizione femminile sia comune alle varie interpretazioni che si sono susseguite nel tempo: tutte rimandando alla volontà della donna di tagliare il cordone ombelicale che la lega all’uomo (e con cui l’uomo l’ha imprigionata a sé per secoli) e alla consapevolezza di avere le capacità per crearsi da sé e rendersi individuo con propri pensieri, comportamenti e ruoli.

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